Revolution

In questo ultimo periodo sono successe un po’ di cose interessanti, potrei tranquillamente parlarvi delle murate a cui abbiamo lavorato, delle storie che ci sono successe in yard, delle jam a cui ahime ho partecipato, ma non saprei proprio da dove iniziare. Anche perché vorrei tanto documentare tutto con le relative foto, ma purtroppo il mio amato webmaster è tremendamente chiuso nella sua ottica di ricerca della perfezione grafica da non poter cambiare le dimensioni della galleria di writing. Di conseguenza stavo pensando di trovare una valida alternativa ad un articolo, almeno fino a quando questo problema non sia risolto. Ovviamente mi atterrò a quelle che sono le radici metropolitane di questa rubrica. Quel che sto per proporvi è un insolito racconto, uno di quei racconti geniali che ti lasciano più di una riflessione. Buona lettura…

Nel penitenziario di Hopeless un carcerato si è tolto la vita in un modo che posso soltanto approvare.

L’uomo aveva collegato due fili alla presa di corrente della cella e se li era infilati nelle orecchie.

Poi era entrato a piedi nudi in una pozza d’acqua.

Ci si chiede come mai non lo si faccia più spesso.

Probabilmente però ben poche celle offrono l’opportunità di un suicidio così agevole.

Questo carcerato era dentro da ventiquattro anni.

Poco dopo la prima recessione economica aveva ucciso il suo socio, un grossista di ortaggi.

Negli ultimi giorni prima del suicidio era stranamente eccitato e aveva abbandonato la sua occupazione preferita, dipingere e disegnare costumi storici.

Nel carcere poi si sapeva che da anni il carcerato aveva come meta delle sue ambizioni artistiche la pittura di paesaggi.

Tuttavia non riusciva più ad immaginarli, e si era sempre rifiutato di dipingere paesaggi "liberi" seguendo modelli, di cui per i soli quadri di costumi storici – tutti senza testa, solo fino all’attaccatura del collo – faceva uso senza inibizioni.

Era giunto così, credo, a quel fatale confine dell’immaginazione che improvvisamente fa arretrare spaventato il perfetto copiatore di fronte alla sua opera meschina.

Ma lui non voleva essere un imitatore, e vedeva con disperazione che proprio quando dava il massimo di sè realizzava sempre soltanto il massimo della somiglianza.

Aveva dipinto fino ad arrivare alla fine della sua libertà di movimento artistica.

Era circondato ora da una seconda cella angusta e soffocante, dalla quale le evasioni verso l’esterno non erano più possibili.

Robespierre

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